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Editoriale. Elementare, Watson! Serial killer dei cani e paradigma indiziario

sherlock_holmesUn secolo e mezzo fa nasceva il genere letterario del ‘poliziesco’. Si dice che il primo ‘giallo’ moderno sia stato scritto da Edgar Allan Poe (1809-1849). A fine ‘800 si diffuse un sistema epistemologico di indagine detto ‘paradigma indiziario’, imperniato sulla semeiotica. Se ne giovarono investigatori, poliziotti, ma anche scienziati, storici dell’arte e soprattutto scrittori di gialli. Ma cos’è questo paradigma indiziario?

Raccogliendo dati, anche minimali, sulle scene del crimine (o dell’oggetto indagato per altre ragioni scientifiche), essi si possono mettere in relazione fra loro fino a ricreare una realtà sperimentale. Uno dei padri di questo metodo fu Aby Warburg (1866-1929), storico della cultura ed investigatore dell’arte. Suo è il famoso aforisma “Dio è nei dettagli”. Recentemente un celeberrimo storico italiano, Carlo Ginzburg, inaugurava questo metodo anche nella ricerca storica, con eccellenti risultati.

Fu Arthur Conan Doyle (1859-1930), scrittore e medico inglese, ad ideare il personaggio ormai mitico di Sherlock Holmes.  E’ il suo amico e biografo dottor Watson a raccogliere le memorie del valente investigatore inglese. Come Watson chiarisce e racconta magistralmente, l’infallibile detective usava sempre il metodo deduttivo, basato sul paradigma indiziario.

In tempi più recenti fu l’investigatore privato Philip Marlowe a rinnovare questo metodo. Uscito dalla fortunata penna dello scrittore americano Raymond Chandler (1888-1959), Marlowe risolveva i casi più complessi che i suoi ‘rivali’ poliziotti non riuscivano a comprendere.

Insomma, nella letteratura ‘gialla’ si potrebbe continuare così per libri e libri, nei quali è sempre il paradigma indiziario ad avere la meglio. Magari talvolta aiutato da particolari intuizioni dell’investigatore, ma sempre basate sull’indagine attenta e minuziosa dei ‘segni’.

In genere questi investigatori, eroi della letteratura, anticipano o spesso smentiscono i rappresentanti della sicurezza pubblica. I quali sono dipinti anche in modo pittoresco come degli incapaci, degli stolti, degli inerti, o per palese impreparazione a svolgere la loro delicata quanto importante funzione, o per semplice ignavi,a tipica di certi reprensibili pubblici dipendenti, annoiati e irresponsabili.

Allora vengo al punto. Il Presidente dell’APAS, secondo una cronaca della nostra TV di Stato “lamenta innanzitutto l’indifferenza delle istituzioni e la totale latitanza di Polizia Civile e Guardia di Rocca nella ricerca delle esche avvelenate o comunque nella bonifica, in generale, delle zone giudicate a rischio.” (…) «La Gendarmeria è stata delegata alle indagini, – sostiene il Presidente – ma non basta. Gli altri dove sono? Se ne sono lavati le mani? I tre corpi di polizia devono invece poter lavorare in sinergia». In effetti come dargli torto? Sono troppe le vittime e da troppo tempo va avanti questa storia ignobile ed incresciosa. Ma i responsabili cosa fanno? Dove sono? Come affrontano le indagine? Come si coordinano fra di loro le forze di sicurezza e polizia? E’ vero che non si parlano fra loro – come bambini inquieti – a causa del noto contrasto fra i comandanti? Non esiste un servizio civile che intervenga nella bonifica? Non ci sono uffici d’igiene preposti a queste emergenze? Non esiste un ufficio veterinario? E chi ha dato i permessi per l’esposizione canina? Vera e propria ‘scorta di sangue’ a disposizione di un assetato Dracula?

Allora se la letteratura e l’esperienza scientifica ottocentesca hanno ragione, rivolgiamoci a qualche esperto ‘vero’, ad un  investigatore privato. Visto che i nostri corpi addetti dimostrano tutta la loro inadeguatezza ed incapacità ad affrontare un serial killer, libero di fare ciò che vuole in Repubblica, abbandoniamoli. Magari, se a qualcuno venisse in mente, potremmo anche cominciare a licenziare i responsabili, gli incapaci. Nel mio modesto mestiere, quando sbaglio, pago. Di persona, e anche economicamente. Perché queste responsabilità professionali non valgono per i dipendenti pubblici? Perché non possiamo far pagare questa carneficina a chi avrebbe dovuto immediatamente limitare i danni e poi assicurare alla giustizia un pazzo serial killer?

Allora ha ragione la letteratura? Sono tutti degli incapaci? Sono stolti? Sono inerti? Sono impreparati? E’ anche qui come nei più rinomati romanzi gialli? Allora la risposta è davvero una sola. Affidarsi a persone capaci, esperte, intelligenti. Troviamo degli investigatori che offrano garanzie allo stop di questa mattanza. E, per favore, mandiamo a casa un po’ di incapaci, ben pagati.

Elementare, Watson!

Il Direttore


2 Commenti a “Editoriale. Elementare, Watson! Serial killer dei cani e paradigma indiziario”


  1. 1Amilcare Barca

    Due cose: a San Marino, si sa sempre tutto di tutti e quindi è alquanto improbabile che il killer dei migliori amici dell’uomo, ancora non abbia un nome e un volto.
    Questione ‘cominciare a licenziare i responsabili’. Il discorso cade sul coordinamento delle forze di polizia e sulla figura del coordinatore che lo dovrebbe garantire.
    Chiamato per questioni di sicurezza pubblica, (in verità per altri motivi) ha miseramente fallito nel compito. Mandarlo a casa? Impossibile. La sua figura professionale è inquadrata come dipendente pubblico ma con contratto di tipo privato e, come si è visto, non può essere giudicato dalla commissione disciplinare. Quindi si è scoperto che tutti i dirigenti pubblici inquadrati in forza di un contratto di tipo privato, possono fare il loro comodo (anche minacciare di morte qualcuno) senza che nessuno possa fare niente. Ossia, il governo potrebbe ma per le ragioni di cui sopra tra parentesi, non lo fa.

  2. 2MarcOne

    Il diretore pone una grave questione politica: l’incapacità della classe politica che si è alternata al governo negli ultimi 15 anni a capire i reali bisogni del paese e anticiparli. Le forze dell’ordine sono un record in rapporto agli abitanti ecc come ha ben esposto il Segretario Casali. Il problema è che ciascun corpo lavora a compartimenti stagni così come tutta la PA. Ci sono troppi capi e poche braccia; molti strateghi e pochi investigatori sul campo; c’è troppa chiacchera e poco costrutto. La PA in generale è organizzata come negli anni ‘50 e la riforma che sta arrivando non cambia di una virgola la situazione. Nel tempo si sono assunte sempre più persone e dirigenti che non spostano ed anzi peggiorano il rendimento della macchina pubblica, succhiano solo denaro. Coordinatori, vice capi del dirigente aggiunto, capi dipartimento, vice del capo, vice del vice e stipendi da favola senza produrre nulla!!! Via tutti!! Una bella riforma della PA prevederebbe 5 capi, prepensionamento di almeno 1000 unità non prima di aver ridotto loro la quota con la quale andranno in pensione. Ho letto giustamente in questo Blog che a un dirigente che prende 4-5000 euro al mese tagliare di 1000 euro lo stipendio e/o la pensione non modificherebbe il suo stile di vita…

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