Maverick. Evviva: siamo tutti più poveri! Che felicità: ci sta calando il PIL!
Di Maverick. Dopo una bella sbornia di neoliberismo pare che ora ci stiamo tutti riprendendo un po’. Infatti, quando si produce molto più di quanto si consuma (o serva ad essere consumato) è segno che qualcosa nell’economia sta invertendo la rotta. È il PIL (prodotto interno lordo) che sta drammaticamente calando. Generalmente un’economia in decrescita viene considerata ‘malata’. Quasi una contraddizione in termini. Un ossimoro. Ma vediamo se è proprio così. Qualche tempo fa un libro illuminante ha cercato di ridefinire i parametri in base ai quali analizzare la ricchezza di un Paese. Il PIL, infatti, è un parametro di misurazione della crescita, ma solo della quantità di merci prodotte. Se quindi escludessimo il ‘mercato’ come indice di crescita forse le cose risulterebbero diverse. È quanto ha cercato di dimostrare Maurizio Pallante con la sua affascinante ricerca (La decrescita felice, GEI, Roma, 2009). Questo libro è risultato talmente convincente che si è perfino sviluppato un ‘Movimento per la decrescita felice’ (Mdf), ispirato ai suoi principi basilari: riscoprire il piacere e l’efficacia economica dell’autoproduzione dei beni, rivalutare le nostre relazioni sociali prendendoci cura delle persone attorno a noi. In questo senso la decrescita del PIL potrebbe essere in grado di offrirci effettivi benefici personali, fino ad esaudire la promessa di felicità. Il libro non cela affatto riferimenti espliciti alle ricerche precedenti dell’economista e filosofo francese Serge Latouche. Serge insegna all’università di Parigi. Attraverso una serie di pubblicazioni ben calibrate ha cercato di dimostrare una sua tesi economica tanto intrigante quanto controcorrente. L’ha definita ‘decrescita felice’. Ovviamente per ‘decrescita’ non intende ‘perdita di valore’. Vuole invece che attraverso una serie di scelte consapevoli si possa raggiungere il benessere. Ma vediamo di cosa si tratta. Un dato di fatto è sotto gli occhi di tutti. La fase recessiva dell’economia occidentale attanaglia quasi tutti i paesi europei e gli Stati Uniti. Il termine ‘decrescita’, inteso in senso positivo, apparse per opera di Nicholas Georgescu-Roegen in un suo studio del 1979 e nel suo libro sulla Bioeconomia. Serge lo riprende e lo rielabora. La lezione del capitalismo produttivista secondo lui si è conclusa. È finito il tempo del lavorare di più per guadagnare di più per poter spendere di più. Del fare tutto più in fretta. Del radersi piùvvelocemente, con nuovi mezzi elettronici, per poter correre in laboratorio a progettarne di ancora più rapidi, come sostiene con un felice paradosso. È terminato il tempo dell’obsolescenza programmata. Del circolo vizioso che ci impone di comprare affinché si possa produrre, il che ci garantisce di lavorare per poter pagare ciò che abbiamo comprato. Questo circolo vizioso determina i cosiddetti prodotti a perdere. Più economico gettare via che riparare. Usare e gettare che conservare. Ma attenzione. Lo stesso concetto moderno di ‘sviluppo sostenibile’ secondo Latouche si rivela una trappola. Col pretesto di voler salvare la natura, infatti, accettiamo l’ambiguità e l’ossimoro stesso insito nel termine. Ostinarsi così a cercare la crescita non lascia comprendere che è proprio questa ad essere il problema, non già la soluzione. Qual è dunque la soluzione? Non già quella che stiamo vivendo tutti, chi più chi meno, della decrescita subita. La decrescita negativa imposta dalla crisi finanziaria, esplosa negli Stati Uniti fra il 2007 e il 2008. Bensì quella della decrescita voluta. “Il progetto di una società della decrescita è radicalmente diverso dalla decrescita negativa. Il primo è paragonabile a una dieta intrapresa volontariamente per migliorare il nostro benessere quando un consumo eccessivo ci presenta un rischio di obesità. La seconda è una dieta forzata che può portare alla morte per inedia” (Serge Latouche – Didier Harpagès, Il tempo della decrescita. Introduzione alla frugalità felice, Elèuthera, Milano, 2011, p.37). Il dato economico di Latouche parte dal fatto che il PIL (prodotto interno lordo) non è altro che la risultante degli scambi di mercato. Tenere quindi in attivo le cifre del PIL avrebbe garantito una società della crescita e dello sviluppo. Questo ha determinato l’attenzione totale ed assoluta ai soli scambi delle merci. Da cui la globalizzazione, la finanziarizzazione, la delocalizzazione, la più generale deregulation dei mercati. Con le conseguenze dirette ed inevitabili: lo sfruttamento eccessivo del suolo, la deforestazione, il degrado ambientale, le mutazioni climatiche ma anche purtroppo l’occidentalizzazione del mondo, l’esclusione di varie aree geografiche dalla ricchezza e il deterioramento dei legami sociali. La decrescita voluta (e felice) invece è data dalla riconquista del proprio tempo. Lavorare meno per vivere meglio, secondo un vecchio principio marxiano. Ma lavorare meno anche per lavorare tutti. E del tempo che ne rimane? Investirlo. Come? Nell’autoproduzione. Oppure nello scambio d’opera. Ritrovare il valore di un’economia locale, oltretutto a chilometro zero, significa tornare a scambiarsi prodotti realizzati in casa o opere sociali, come l’assistenza o il sostegno in lavori pesanti e complessi. Creare una ‘società autonoma’. “La decrescita rappresenta una terza via, quella della frugalità per scelta. Per questo dobbiamo inventarci un altro modo di relazionarci con il mondo, con la natura, con le cose e con gli esseri viventi, un modo che abbia la facoltà di rendersi universale a scala umana. Questa prospettiva non è triste – sostiene Serge – le società che autoalimentano le proprie capacità di produzione hanno in cambio una società festosa” (Ibidem, p. 96). Probabilmente molti ritengono che tutto ciò sia pura utopia. Tuttavia Serge invita ad esplorarne oggettivamente l’attuazione. Verificare la resilienza del nostro ecosistema. In definitiva “senza l’ipotesi di un altro mondo possibile, semplicemente non c’è politica. Resta solo una gestione amministrativa e tecnocratica degli uomini e delle cose” (Ibidem, p. 97).
L’emiliano Edmondo Berselli invece è un eclettico. Un poliedrico. Un anticonformista. Durante gli ultimi anni della sua vita (1951-2010) gli è stata affidata la direzione di un’autorevolissima rivista culturale: Il Mulino. Berselli è stato correttore di bozze, collaboratore della casa editrice Il Mulino, editorialista di vari quotidiani, saggista e romanziere. In un suo libro fra i più riusciti, Venerati maestri, Mondadori, Milano, 2006, Edmondo traccia un affresco ironico e divertente del mondo culturale italiano. Lo fa con spietata disinvoltura. Consiglio di non perderlo. Tuttavia qui vogliamo parlare di un’altra sua opera. Il suo ‘testamento letterario’ dal titolo L’economia giusta, Einaudi, Torino, 2010. Pubblicato postumo questo libricino è tanto piccolo quanto denso di intelligenti osservazioni. Muovendo dall’evidente insuccesso del liberismo sfrenato degli ultimi decenni, Edmondo traccia un’ipotesi di economia regolata su principi etici. Essa dovrebbe porsi a metà strada fra liberismo selvaggio e socialismo. Egli fa appello all’etica morale che ha guidato la nascita del capitalismo europeo, in contrapposizione con quello nordamericano. Un’etica derivante dalla filosofia e cultura umanistica, ma anche da quella religiosa. Una sorta di ‘economia sociale di mercato’, come viene definita in Germania. La sua ricetta per un’economia giusta poggia quindi su alcuni pilastri solidi. Fra questi, il criterio della crescita a tutti i costi si è ormai rivelato del tutto superato. Mentre acquisiscono sempre più rilievo ed importanza, anche per la stessa economia di mercato, sia una maggiore giustizia sociale che una più ampia equità distributiva. E sebbene secondo lui non sia semplice immaginare i profili di un cambiamento quasi antropologico come quelli delineati nella “cifra intellettualistica della ‘decrescita felice’ di Serge Latouche”, ciò non di meno “dovremo adattarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. […] Dovremo farci l’abitudine. Se il mondo occidentale andrà più piano, anche tutti noi dovremo rallentare. – E conclude – Proviamoci, con un po’ di storia alle spalle, con un po’ d’intelligenza e d’umanità davanti”. Un coraggioso testamento intellettuale quello che ci ha lasciato il compianto Edmondo Berselli. Dovremmo farne tesoro, assieme agli ammonimenti di Maurizio Pallante e di Serge Latouche.














Tutto molto bello, affascinante e geniale, ma chi paga gli stipendi della PA nei prossimi mesi? Chi la cassa integrazione? Sopratutto come puoi pretendere che una classe politica di questo livello dove nemmeno la metà è a conoscenza del PIL possa concepire la DeFe? C’è ancora qalcuno che si chide come fa ad essere diventato Consigliere della Repubblica e tu gli spari in faccia la DeFe?
MarcOne
marcone, io non sparo niente in faccia a nessuno, c’è solo da meditare un po’, diciamo che sono interessanti letture per i miei concittadini, ‘i compiti per le vacanze’, per chi ha voglia di farli… e se nel pubblico e nel privato, ad esempio, lavorassero tutti a metà tempo, gli stipendi della PA si ridurrebbero e nelle aziende si tornerebbe ad assumere, e poi così nel tempo libero ci mettiamo a fare lo yogurt in casa (l’esempio preferito da Latouche e Pallante) per mangiare più sano, spendere meno, evitare migliaia di chilometri in trasporti (CO2), eliminare costose e dannose confezioni per la loro vendita, avere inutile pubblicità, ecc ecc, oppure occuparlo accudendo i nostri anziani (si risparmierebbe sulla badante russa o sulla casa di risposo) o stando assieme ai nostri figli (niente più baby sitter), e questi sono solo alcuni banalissimi esempi
vedi maverick quello che dici è fattibile però nel mondo attuale si creerebbe una disoccupazione devastante e miseria per tutti! libri di economia a pochi euro comprali credimi!
Tutto molti bello e affascinante ma utopico e non sostenibile in una società come la nostra. Si creerebbe il caos e i suicidi aumenterebbero in maniera esponenziale.
Piuttosto noi dobbiamo impegnarci per lavorare meglio e con più qualità.
“… e se nel pubblico e nel privato, ad esempio, lavorassero tutti a metà tempo, gli stipendi della PA si ridurrebbero e nelle aziende si tornerebbe ad assumere…” Gli stipendi/buste paga raddopierebbero se tutti lavorassero la metà del tempo. Per mia esperienza cisono delle persone che non vogliono passare tempo con gli anziani, ma preferiscono altro, così come c’è chi vuole la baby sitter per scelta e a chi piace la pubblicità… Quella del DeFe è una idea di nicchia che parte dal presupposto che tutto l’esistente sia sbagliato, un pò dura come visione dell’essere umano e che cmq tutti sono liberi di seguire fuori da ogni dogma.
MarcOne
adesso…. “che tutto l’esistente sia sbagliato” mi sembra un po’ troppo, marcone; piuttosto invece, che siano sbagliate le basi di questa economia che fonda i valori sul pil, magari questo è possibile. non si tratta inoltre di ‘dover’ trascorrere più tempo con i nostri nonni o figli, si tratta di ‘poterlo’ fare se se ne ha voglia e se si preferisce all’obbligo di ricorrere a badanti e baby sitter. anche per provare a ricostruire il tessuto delle relazioni sociali…. Si tratta solo di ‘poter scegliere’, e dubito che oggi in una famiglia in cui sia lei che lui lavorano a tempo pieno si possa avere il privilegio di scegliere.
per finire, cari marcone, goku, anulu, ecc, era molto chiaro ed evidente che questa mia fosse una provocazione, che servisse a riflettere su alcuni mali che questa economia determina nella società, senza avere la pretesa di possedere la risposta, e infine ribadisco ciò che afferma invece berselli (che non era certo un membro del movimento per la decrescita): “senza l’ipotesi di un altro mondo possibile, semplicemente non c’è politica. Resta solo una gestione amministrativa e tecnocratica degli uomini e delle cose”, quello a cui siamo destinati, andando avanti così (Monti docet)
… e se nel pubblico e nel privato, ad esempio, lavorassero tutti a metà tempo, gli stipendi della PA si ridurrebbero e nelle aziende si tornerebbe ad assumere…”
Ecco la genialiata! A parte che nella P.A. già molti lavorano metà del tempo (a stipendio intero però!)e molto spesso nemmeno per colpa loro (essendo in quattro a fare il lavoro di uno), per il privato non credo proprio che sia la stessa cosa assumere due persone per 4 ore anzichè 1 per 8.
E non mi riferisco solo ai costi (anche occulti)relativi ad un raddoppio del personale, ma alla perdita di produttività derivante dal turn-over tra un lavoratore e l’altro.